La domanda rimbalza da una stagione all’altra: come sta davvero la moda maschile? La risposta, oggi, è meno glamour di quanto l’industria vorrebbe ammettere. Tra Milano e Parigi si percepisce un sistema che scricchiola, mentre i big oscillano tra prudenza e déjà-vu. Eppure, si intravede un’energia nuova: quella dei giovani che non hanno paura di sporcarsi le mani con la realtà. È lì che la moda maschile cerca un nuovo baricentro
di Domenico Casoria
La moda maschile cerca un nuovo baricentro
Negli ultimi anni il valzer delle direzioni creative ha travolto quasi tutti, ma non tutti allo stesso modo. Alcuni marchi sono rimasti sorprendentemente immobili: Prada continua a muoversi con la solidità del duo Miuccia-Raf, capace di innovare senza mai perdere il proprio codice genetico, Dolce&Gabbana resta ancorato ai fondatori, Armani attraversa la sua transizione con una calma serafica; Zegna prosegue il percorso di Alessandro Sartori, coerente e misurato. Louis Vuitton, con Pharrell Williams, ha ormai imboccato una traiettoria chiara, mentre Rick Owens continua a giocare un campionato tutto suo, impermeabile a qualsiasi trend.
Accanto a loro, però, c’è un fronte più imprevedibile. Dior Homme con Jonathan Anderson, che ha scardinato la tradizione con la collezione più radicale della maison. Versace, rimasta orfana del breve passaggio di Dario Vitale. Balenciaga, dove Pierpaolo Piccioli ha già iniziato a riscrivere le regole presentando una collezione uomo “non ufficiale”, ma che ha già un’idea di uomo piuttosto chiara. Poi Fendi, che si prepara alla prima prova maschile sotto Maria Grazia Chiuri. E Demna, che scioglierà le riserve su Gucci solo durante la settimana della moda femminile. Il risultato? Un panorama in cui i grandi consolidano, senza grossi scossoni. E dove la domanda “che cosa significa vestire l’uomo oggi?” resta sospesa, in attesa di una risposta alla quale i big, per ora, non sembrano voler rispondere.
La new wave maschile
A smuovere davvero le acque sono gli emergenti. O meglio, quella generazione che emergente non è più, ma che continua a comportarsi come se avesse tutto da dimostrare. Setchu, con Satoshi Kuwata, porta in passerella un maschile che nasce dal gelo della Groenlandia e dalla pazienza del pescatore: pieghe come incisioni nella neve, jacquard che evocano pelli animali, volumi che trasformano la costrizione in poesia funzionale. È un guardaroba che parla agli uomini di oggi, meno interessati all’ufficio e più al rapporto tra corpo, clima e movimento. Pronounce, invece, costruisce silhouette come architetture. Layering che stratifica il corpo come una pagoda, toni polverosi interrotti da dettagli strutturali, un’idea di maschile che non teme di sconfinare nel femminile. Perché, diciamolo, la nuova generazione non ha alcun interesse a difendere confini che non esistono più.
Un’idea alternativa di moda maschile
E poi c’è Domenico Orefice, che modella il corpo attraverso materiali scelti con precisione chirurgica. La sua collezione Lumen è un manifesto: giacche che dichiarano intenzioni, pelle che irrompe nel discorso, un’idea di moda maschile presente, viva, fisica. Designer che non stanno solo proponendo abiti quanto un’idea alternativa. Lo fanno, tra l’altro, con prezzi più accessibili, con una consapevolezza nuova e con un’urgenza che i grandi sembrano aver smarrito. E mentre i colossi consolidano, sono i giovani a spingere avanti il discorso. A riportare il corpo, la materia e il mondo reale al centro del progetto. Forse è proprio da queste crepe che può ripartire un’idea più contemporanea di moda maschile. Una di quelle che si portano dietro anche il rischio.
Foto Prada e Dior
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