Rinascita o difesa? La moda cerca un varco tra natura e corazze

Dopo un mese di passerelle, la domanda resta sempre la stessa: quale futuro aspetta davvero la moda. Perché il sistema sembra incapace di uscire dallo stand-by che ha segnato le ultime stagioni. Eppure, dentro questo vortice, dalle collezioni autunno-inverno 2026/2027 qualche segnale si è visto. Indizi che raccontano dove stiamo andando, ripartendo dall’urgenza di capire se la moda ha ancora qualcosa da dire e stia cercando un varco

di Domenico Casoria

 

Quando parliamo di pezzi, sia chiaro, non parliamo solo di abiti o interi outfit. Ma anche di singoli accessori che si portano dietro un approccio concettuale diverso, alternativo. E così, per esempio, se fuori soffiano venti di guerra fortissimi, Dior decide di ripartire dalla natura. E da quel concetto di perfezione da sempre intrinseco al marchio. Per l’ultima collezione Jonathan Anderson ha infatti dato vita a scarpe e borse che riassumono il senso di rinascita e una certa idea di positività. Che se ci pensate è un messaggio progressista. Anderson ha mandato in passerella piccoli scrigni pieni di storie da raccontare, mezzi per evadere da un presente buio. In una passeggiata al parco nei Giardini delle Tuileries. Sulle scarpe arrivano così fiori, che servono anche per mappare il corpo in alcuni abiti, sulle gonne rouches che richiamano la forma di una calla. “Lo spettacolo del quotidiano”, lo definisce il creativo.

La moda cerca un varco

Una certa attenzione alla natura (e a come il corpo sia costantemente rimodulato rispetto alla grandezza del mondo fuori) si è vista anche da Prada e dalla sorella Miu Miu. Raf Simons e Miuccia Prada hanno infatti lavorato sul concetto di stratificazione, mandando in passerella solo 15 modelle vestite con quattro look. A ogni giro, un cambio. Ma anche in questo caso, sono stati i dettagli a colpire. Sui calzini (portati rigorosamente col tacco, Miuccia docet) fiorellini a decorazione. Uno statement, diremmo. Curare i giardini interiori. Se da un lato si è andati alla ricerca della positività, dall’altro il tono è stato decisamente meno roseo. Come? Nei volumi esagerati, o nelle silhouette come protezione, riparo, tana.

Volumi come protezione

Sì, perché a un generale risveglio delle coscienze c’è chi ha preferito raccontare i tempi che stiamo attraversando. Forse senza volerlo, sia chiaro. Ma nascondere il corpo, isolarlo, racchiuderlo in un guscio protettivo equivale a giocare in difesa. Da Louis Vuitton, per esempio, Nicolas Ghesquière ha lavorato più sulla parte alta degli abiti che su quella bassa. Le spalle dei cappotti assumono così le sembianze di una corazza, luoghi dove rifugiarsi per fuggire dalla realtà. C’è anche chi, pur esagerando le forme, è riuscito a restituire idee meno rigide.

Per la seconda collezione da Loewe, McCollough ed Hernandez hanno trovato la formula perfetta tra forma e sostanza. Gioco ma radici. In passerella, per esempio, un cappotto in pelle che ricrea gli effetti dei nodi. Tutto quello che abbiamo visto in questo mese, però, ha un sottofondo. Ritornare all’essenza del lusso, all’artigianalità intesa come sistema di regole difficili da trasgredire.

Per il suo debutto da Fendi Maria Grazia Chiuri ha invece attinto dal suo personale vocabolario per rileggere i codici del marchio. Come? Dando nuova vita alla pelle con l’effetto del pizzo. La sensazione, dopo un mese di passerelle, resta comunque una: la moda sta cercando un varco più che una risposta. Tra chi invoca la natura come antidoto e chi costruisce corazze per attraversare il presente, resta un’urgenza comune: tornare a un sistema che abbia peso, non solo superficie.

Foto Dior, Prada, Fendi e Loewe

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