Bruxelles: regole green per un fashion system non strategico

L’Unione Europea, il prossimo luglio, vara due importanti misure che impatteranno sulla sostenibilità dell’industria tessile e della moda. La prima riguarda la tassa sui pacchi acquistati online soprattutto dalla Cina (che, però, va spiegata bene). La seconda è quella che regolamenta la distruzione dell’invenduto. Nel frattempo, però, Bruxelles redige l’Industrial Acceleration Act, “dimenticandosi” della fashion industry, come se la ritenesse un settore non strategico

di Massimiliano Viti

 

Dal divieto di distruggere l’invenduto alle nuove misure contro l’invasione dei piccoli pacchi cinesi acquistati dai cittadini europei via web. Tuttavia, mentre Bruxelles rafforza la regolamentazione, il settore della moda sembra restare ai margini della politica industriale. Nel nuovo Industrial Acceleration Act, infatti, la filiera tessile e della moda è considerata – nei fatti – un settore non strategico. Il che solleva interrogativi sul suo futuro competitivo. In Europa, il settore è formato da circa 195.000 imprese che impiegano 1,3 milioni di persone e generano oltre 64 miliardi di euro di export.

Regole green

Nel prossimo mese di luglio entreranno in vigore due importanti misure che impatteranno sulla sostenibilità dell’industria tessile e della moda. Dal 1° luglio entrerà in vigore un dazio forfettario di 3 euro per ciascuna categoria di prodotto contenuta nei pacchi inferiori a 150 euro inviati direttamente ai consumatori europei. Si tratta di una misura provvisoria in attesa della piena operatività del nuovo “data hub” doganale europeo atteso nel 2028. Dopo di che, il dazio provvisorio di 3 euro sarà sostituito dalle normali tariffe doganali. Chiariamo subito un elemento di confusione. Il dazio applicato dal 1° luglio non sarà di 3 euro per ogni pacco, ma di 3 euro per ogni categoria di prodotto incluso nella spedizione, in base alle voci tariffarie. Per esempio: se un pacco contiene una camicetta di seta e una di lana, il dazio sarà di 6 euro. (fonte consilium.europa.eu).

L’invasione dei pacchi

Qual è l’obiettivo del provvedimento? Proteggere e tutelare i produttori e venditori europei dall’invasione dei piccoli pacchi, per lo più provenienti dall’Asia (compresi quelli spediti dai marchi del fast fashion più aggressivo, come Shein e Temu), il cui numero è raddoppiato ogni anno dal 2022. Nel 2024 sono stati 4,6 miliardi, il 91% dei quali proveniente dalla Cina. L’introito avrà effetti benefici sui conti pubblici sia dell’Europa sia degli Stati membri. In altre parole, parte dell’incassato resterà ai vari Stati a copertura dei costi di riscossione. Non mancano le voci contrarie, che bollano la decisione come protezionistica e anacronistica. “Per fortuna le piattaforme extra Ue stanno già trasferendo i loro depositi in Europa, aggirando questa misura assurda che mira a colpire il potere d’acquisto dei consumatori”, afferma il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano Dona (fonte Sky).

Divieto di distruzione

Il 19 luglio 2026 entrerà in vigore il divieto di distruggere indumenti, accessori di abbigliamento e calzature invenduti. Il provvedimento non riguarderà le piccole e medie imprese della moda, che saranno coinvolte dal 2030, ma solo le grandi aziende. Cioè, quelle che superano almeno due dei seguenti tre criteri. Primo: avere oltre 250 “dipendenti medi annui”. Secondo: generare un fatturato netto superiore a 40 milioni di euro. Terzo: esibire un totale dell’attivo dello stato patrimoniale superiore a 20 milioni di euro). Chi smaltirà i beni invenduti, direttamente o tramite soggetti terzi, dovrà compilare l’apposito format europeo e pubblicare informazioni dettagliate su quantità e peso dei prodotti, motivazioni dello smaltimento, percentuali di riutilizzo, riciclo o recupero, e misure adottate o programmate per prevenire la distruzione.

Cosa si potrà distruggere

Sono previsti casi in cui la distruzione dei prodotti invenduti è consentita. Per esempio: motivi di sicurezza, il danneggiamento dei prodotti, l’inadeguatezza dei prodotti alla preparazione per il riutilizzo o alla rigenerazione. Oppure la loro invendibilità a causa della violazione dei diritti di proprietà intellettuale. Infine: la distruzione come opzione con il minor impatto negativo sull’ambiente (fonte Ansa). Il regolamento, però, introduce un principio generale valido per tutti gli operatori economici. È l’obbligo di “prevenzione della distruzione”, che incoraggia l’adozione di misure concrete per ridurre, per quanto possibile, la distruzione dei prodotti rimasti invenduti. Obiettivo del regolamento, quindi, è ridurre la sovrapproduzione, valorizzando la virtuosità dei piccoli produttori.

Ma la moda è un settore non strategico

L’industria della moda europea, però, è protagonista anche quando non c’è. Ha fatto scalpore, infatti, la sua assenza nel documento denominato Industrial Acceleration Act, che mira a portare la quota manifatturiera del PIL dell’UE dal 14% circa del 2024 al 20% entro il 2035. (fonte Fashion Network) Il documento deve ancora essere votato e adottato dal Parlamento europeo prima di poter entrare in vigore. Per cui è probabile che verrà adeguato. Intanto, però, concentrandosi sull’industria pesante, non cita affatto l’industria europea della moda, ritenendola di fatto un settore non strategico.

Leggi anche:

 

 

 

 

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER