L’impoverimento del prêt‑à‑porter tra giovani e fast fashion

Tra fast fashion e talenti in fuga, il prêtàporter sta vivendo la sua stagione più fragile. La collab tra Galliano e Zara ha certificato un cambio di potere che svuota creatività, valore e identità. E il segmento che un tempo dettava le regole oggi fatica persino a raccontare la realtà. Come se ne esce?

di Domenico Casoria

 

Se il primo nodo emerso all’European Designer Fashion Summit (Barcellona, 14-15 aprile) è la sostenibilità del desiderio, il secondo ha riguardato la sua deriva. Cosa accade quando il desiderio smette di essere un linguaggio culturale e diventa un algoritmo? È questa una delle domande che si sono fatti gli esperti durante la due giorni di panel sulla moda d’autore.

L’impoverimento del prêtàporter

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: il fast fashion non è più un settore parallelo, attira consumatori, creativi, persino frammenti di lusso. Dopo il “colpaccio” John Galliano, l’impoverimento del prêt‑à‑porter è sempre più visibile. E rischia di impantanarsi ancora di più, rivelando ogni sua fragilità. Un paradosso che potrebbe sembrare geografico e simbolico, visto che proprio in Spagna è nato il fast fashion. Ma che è più reale che mai.

Le collaborazioni tra un colosso come Zara e un qualunque designer proveniente dal lusso non sono una novità. O almeno, sono state la regola degli ultimi anni. Quando gli Ortega hanno deciso di chiamare Galliano, però, abbiamo avuto la prova definitiva che il fast fashion non si sta limitando più a replicare il lusso. C’è una strategia chiara: lavorare ai fianchi, inglobarlo, provare a riscriverne qualche codice, forse obbligarlo a fare qualcosa in più. E a chi è andata male? Ovviamente al prêt‑à‑porter, schiacciato tra problemi di prezzo e creatività, che una volta dettava le regole dell’abito e che veniva copiato. Oggi i ruoli si sono invertiti.

Mancanza di contenuti

Lo ha detto anche Sabato De Sarno, ex direttore creativo di Gucci. “Il prêtàporter è morto. Così come lo conosciamo non è più sostenibile”. Una presa di posizione che evidenzia una frattura di sistema e un tema generazionale. A sottolinearlo è anche Dana Thomas, icona del giornalismo di moda americano. “Non esistono più “giovani Galliano” perché gli emergenti di oggi hanno molte risorse, molte piattaforme. Le ristrettezze economiche che un tempo obbligavano a un arricchimento culturale, quello che trasformava una collezione in un manifesto, oggi non esistono più”. La scarsità generava profondità, l’abbondanza genera contenuti, potremmo dire. E così i grandi marchi hanno abdicato al loro ruolo.

Secondo Thomas, già nel 2004 Hubert de Givenchy aveva le idee chiare: la moda è morta perché i brand si concentrano solo sugli accessori, lasciando gli abiti in secondo piano. Non la moda in sé, chiaramente, ma quella parte della moda che costruiva silhouette, linguaggi, identità. Il prêt‑à‑porter, svuotato, è diventato così un territorio fragile, incapace di competere. Ed è proprio lì che si è aperto il vuoto in cui il fast fashion si è infilato, tant’è che basta sciorinare l’ultima decade per notare che del fast fashion ci ricordiamo solo t-shirt, qualche felpa e qualche giacca e mai accessori. Il prêt‑à‑porter, insomma, non produce più immaginario, e qualcun altro lo sta facendo al posto suo. Il tutto a un prezzo minore.

La formazione

Ecco una delle spiegazioni del perché poi molti giovani creativi (e non solo) fuggono verso il fast fashion. Non per opportunismo, più per sopravvivenza. Perché il sistema formativo, come ha sottolineato Sara Sozzani Maino, Talent Ambassador e Creative Director della Fondazione Sozzani, non riesce più a metterli in contatto col valore profondo dell’artigianato. “Troppe scuole, tutte con gli stessi corsi”. I ragazzi non conoscono le mani che costruiscono un abito, non sanno leggere un modello di business, non hanno strumenti per reggere la complessità di una maison.

E se il lusso è diventato troppo caro per essere democratico e troppo poco iconico per essere davvero luxury, il fast fashion appare come l’unico spazio possibile. Il problema, però, non è solo morale. Il prêt‑à‑porter si è impoverito perché ha smesso di interpretare la vita reale. Ha rincorso TikTok, ha rincorso la viralità, ha rincorso la velocità. Ma la sua forza è sempre stata un’altra: assomigliare al luogo in cui la quotidianità diventava forma, in cui la realtà veniva tradotta in abito. Se vuole sopravvivere, deve reinventare il proprio modello di valore. Non può competere con i prezzi del fast fashion né con l’aura del lusso. Può competere solo con ciò che gli appartiene: la capacità di leggere il presente e trasformarlo in storie credibili.

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