Il Green Deal dell’Unione Europea e tutte le sue relative regolamentazioni, negli ultimi mesi, hanno subito gli effetti di un cambio di orientamento. Proviamo a capire cosa sta succedendo
di Massimiliano Viti
La normativa europea sulla sostenibilità si muove lungo una sottile quanto labile linea di equilibrio. Da un lato, l’eccesso di controlli rischia di generare burocrazia, un aumento di costi per le imprese e una riduzione dell’innovazione e della loro competitività. Dall’altro, controlli insufficienti hanno dimostrato di favorire il greenwashing e gli abusi. Di recente l’Europa sembra aver cambiato orientamento in materia di Green Deal, spinta sia da un Parlamento più spostato verso il centrodestra rispetto al precedente, sia dalle politiche meno restrittive in materia ambientale adottate negli Stati Uniti. Per cui la vite che aveva fissato il Geen Deal si sta pian piano allentando.
Cosa sta cambiando a Bruxelles?
Durante il 2025, in meno di un anno, a Bruxelles sono stati presentati 8 pacchetti per la semplificazione delle normative racchiuse all’interno del Green Deal. L’ultimo è stato svelato il 9 dicembre scorso dalla Commissione europea e, poi, approvato in via definitiva dal Parlamento il 16 dicembre. Il pacchetto riduce in maniera significativa il perimetro di applicazione della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e della Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD).
La CSRD si applicherebbe alle aziende con oltre 1.000 dipendenti e con almeno 450 milioni di fatturato netto (con una riduzione del 90% delle imprese attualmente nel perimetro). La CSDDD si applicherebbe a imprese che superano i 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato netto (con una riduzione del 70% delle imprese attualmente nel perimetro). La nuova CSDDD dovrà poi essere recepita dagli stati membri entro metà 2028 ed entrerà in vigore a metà 2029. La revisione della CSRD si applicherà da gennaio 2027 (fonte: borsaitaliana.it).
Gli effetti sull’EPR
Inoltre, la Commissione europea ha suggerito di sospendere gli obblighi della Extended Producer Responsibility (EPR), che rende i produttori responsabili dell’intero ciclo di vita dei loro prodotti. Il tutto, mentre i Paesi membri dell’Unione Europea si preparano a recepire il Regolamento europeo e a elaborare normative nazionali. E le aziende hanno cominciato a valutare come poter adempiere agli obblighi connessi.
1 miliardo di euro
La Commissione europea, che ha proposto il pacchetto per la semplificazione delle norme ambientali, stima un risparmio per le imprese di circa 1 miliardo di euro l’anno. Il relatore della Commissione giuridica – Jörgen Warborn – ha dichiarato: “Il Parlamento ha ascoltato le preoccupazioni espresse dalle imprese di tutta Europa. Il voto odierno comporta una riduzione storica dei costi, mantenendo al contempo gli obiettivi di sostenibilità dell’Europa. Si tratta di un primo passo importante nel quadro degli sforzi in corso per semplificare le norme dell’UE”.
Qualcosa che non torna
Proprio in contemporanea con la proposta della Commissione, però (quindi prima del voto del Parlamento), l’European Environment Agency (EEA) aveva pubblicato una relazione secondo la quale, nonostante i progressi in alcuni settori chiave, la UE rimane fuori strada per la maggior parte degli obiettivi ambientali del 2030. I crescenti rischi climatici, le lente transizioni nei sistemi di produzione e consumo e l’indebolimento delle condizioni favorevoli evidenziano l’urgente necessità di un’attuazione delle politiche più incisiva, meglio finanziata e più rapida.
Il Green Deal traballa
Viceversa, l’impalcatura del Green Deal europeo sembra sempre più traballante, con la riapertura di leggi già approvate e il rischio di una deriva nei negoziati tra i Paesi membri. L’allentamento delle leggi sulla sostenibilità trova riscontro anche nell’attualità. In Francia, il divieto di distruggere i prodotti invenduti, anche a causa dell’ultrafast fashion, sta provocando la congestione del sistema di raccolta e riciclo tessile.
Per migliorare la situazione, il Ministero della Transizione Ecologica di Parigi starebbe valutando la possibilità temporanea di consentire l’incenerimento di alcuni indumenti raccolti, nello specifico quelli considerati “non recuperabili” (fonte: Glitz Paris). Una notizia – se confermata dai fatti – che arriva pochi mesi prima dell’entrata in vigore del divieto europeo di distruzione dei beni (luglio 2026). Mentre nel 2027 i marchi saranno obbligati a segnalare tutti i beni invenduti prodotti, al fine di evitare sovrapproduzioni. È quanto prevede il provvedimento in merito all’Ecodesign for Sustainable Products (ESPR).
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