Leather Leaders è un progetto promosso da UNIC – Concerie Italiane in collaborazione con SPIN360 e si pone un obiettivo (molto) ambizioso. Punta a redigere un protocollo comune, composto da standard condivisi, nonché dati e risultati inappuntabili dal punto di vista scientifico. Per fare pulizia della confusione green e – soprattutto – di troppi, clamorosi, errori
di Luca Fumagalli
“Dati scientifici dicono che l’85-90% degli impatti ambientali riportati nei bilanci di sostenibilità dei marchi dipende dai materiali che acquistano. Le filiere di produzione, i processi industriali, i trasporti a livello mondiale contano molto di più della gestione di uffici e negozi. Di conseguenza, tutti i brand che hanno una componente importante di acquisti di pelle trovano il nostro materiale tra quelli che contribuiscono in maniera più importante al loro impatto ambientale. Questo perché usano molto spesso dati profondamente sbagliati”. Sono parole di Fabrizio Nuti, presidente di UNIC – Concerie Italiane. Forti, circostanziate, allarmate. Pronunciate durante l’ultima Assemblea Generale dell’associazione di riferimento per il settore conciario leader al mondo – quello italiano -, lo scorso luglio. Come risolvere questa situazione? Nuti ha le idee ben chiare: mettendo “in atto vere collaborazioni di filiera, delle quali tutti potranno beneficiare, affidandosi a dati ed evidenze scientifiche serie ed aggiornate. Da tutto questo nasce il progetto Leather Leaders”.
Il progetto Leather Leaders
Facile a dirsi, certo. Supercomplicato a farsi. Ma gli obiettivi del progetto Leather Leaders – oltre a essere (molto) ambiziosi – mostrano un livello di urgenza e necessità particolarmente sensibile, a fronte di una filiera di fornitura della pelle e – in senso più ampio – della moda lungo la quale si gioca quotidianamente la sfida della sostenibilità e della ricerca innovativa di performance e soluzioni sui materiali. Ecco, in estrema sintesi, spiegate le ragioni di Leather Leaders, su cui UNIC si è messa al lavoro in collaborazione con SPIN3360 (società di consulenza specializzata in innovazione sostenibile) avviando un percorso che vuole raccogliere un gruppo selezionato di marchi e aziende per la redazione di un protocollo comune e la condivisione di dati e risultati inappuntabili dal punto di vista scientifico.
Un surplus di meccanismi di compliance
“L’85-90% degli impatti ambientali riportati nei bilanci di sostenibilità dei brand – ribadiscono da Spin360 – rientra nel cosiddetto Scope 3: dipende, cioè, dagli acquisti. Le stesse concerie devono conformarsi a un numero elevato di meccanismi di compliance, il che può distogliere risorse preziose dall’innovazione, cruciale per ottenere i miglioramenti richiesti dai clienti stessi”.
Non meno, non altro: meglio
Sono proprio i clienti, dunque, il target di un progetto che li vuole mettere davanti alla consapevolezza che, perlomeno per quanto riguarda la pelle, non serve “comprare meno”. E nemmeno attivare presunti meccanismi di sostituzione, preferendo materiali che – come hanno accertato tanti report e studi – non sono affidabili e non garantiscono adeguate e comparabili prestazioni. Morale: bisogna “comprare meglio”. Per farlo, Leather Leaders vuole aggiornare i dati LCA (Life Cycle Assessment) dei database internazionali e “raccogliere e interpretare dati settoriali specifici di impatto ambientale”. Inoltre si pone l’obiettivo di: “sviluppare un set standard di informazioni da condividere con i clienti” e, in questo modo, “ridurre lo sforzo dei fornitori nella gestione di questionari e richieste”. Il tutto, ovviamente, basato su solidi e analitici fondamentali scientifici.
Per esempio
Il lavoro è sia di altissimo profilo che di profonda difficoltà. Per esempio, riguarda il calcolo della carbon footprint, da aggiornare oltretutto alla luce della norma ISO 14068 del 2028 sulla carbon neutrality, che mette la pelle in una posizione privilegiata rispetto ai tessuti sintetici. C’è anche una questione legata alla necessità di aggiornare questa “piattaforma” alla luce della costante evoluzione normativa, di cui l’Unione Europea rappresenta un driver impressionante sotto il profilo della mole legislativa. Si pensi ai regolamenti CSRD (che introduce obblighi di rendicontazione di sostenibilità per le aziende), a quello sull’Ecodesign e all’EUDR (antideforestazione). Fondamentale sarà “analizzare la durabilità della pelle come fattore di riduzione dell’impatto del materiale e dei prodotti in pelle”. Tanta, tantissima, forse di più, carne al fuoco. Ne riparleremo.
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