Il corpo alla moda: anatomia di un rapporto intimo e conflittuale

Ne “Il corpo alla moda” Maria Luisa Frisa analizza l’abito non come semplice ornamento, ma come strumento di negoziazione identitaria. Attraverso un percorso che unisce confessioni intime e teoria culturale, l’autrice esplora il legame profondo tra carne e tessuto. Dalle passerelle iconiche al rito quotidiano dello specchio, una riflessione su come la moda definisca il nostro stare nel mondo

di Domenico Casoria

 

Vestirsi non è mai un gesto neutro. Ogni mattina, quando allunghiamo la mano verso l’armadio, non stiamo semplicemente selezionando degli indumenti per coprirci, ma decidiamo quale versione di noi stessi presentare al mondo. È da questa consapevolezza che muove Maria Luisa Frisa nel suo ultimo saggio, Il corpo alla moda (Einaudi). Con una lucidità piuttosto critica, Frisa compie un passo indietro rispetto alla superficie patinata del sistema moda per guardare a ciò che sta immediatamente sotto: la nostra pelle, il guscio biologico che continuamente si adatta, si scontra e dialoga con il tessuto.

Una comune vulnerabilità

L’analisi prende le mosse da un’ammissione intima e coraggiosa dell’autrice: la difficoltà di guardare il proprio corpo nudo di fronte allo specchio, una vulnerabilità comune a molti che si traduce nella necessità di trovare un baricentro protettivo. “Ho dei problemi a guardare il mio corpo. O meglio, non riesco a guardarmi nuda. Appena mi sveglio, la prima cosa che faccio, io che preferisco dormire senza niente addosso, è infilarmi immediatamente qualcosa. Ho dei problemi anche a parlarne, persino in quella stanza protetta che è lo scambiarsi confidenze, confessioni tra amiche” dice Frisa. Da questa dinamica strettamente personale, il libro si allarga a una riflessione di più ampio respiro su come la moda agisca da interfaccia tra l’uno e la società.

Oltre la frivolezza

La tesi centrale del volume scardina anche un vecchio pregiudizio: l’idea che la moda sia unicamente un passatempo superficiale, frivolo. Al contrario, l’abito viene descritto come un vero e proprio dispositivo culturale, una macchina semiotica capace di produrre senso e identità. Se spesso tendiamo a liquidare la scelta dell’abbigliamento con leggerezza, è perché temiamo il confronto con la sua reale portata. Vestirci ci obbliga a fare i conti con la nostra dimensione di soggetti sociali. L’indumento si fa confine, spazio di negoziazione in cui cerchiamo di essere visti e riconosciuti dagli altri. Nessuno, però, ci insegna davvero a usare la moda come uno strumento di emancipazione personale, piuttosto che come un insieme di rigidi canoni estetici a cui uniformarsi passivamente.

Nei territori maschili

Nel corso delle pagine, l’autrice traccia un’affascinante mappatura delle trasformazioni fisiche imposte e registrate dalle passerelle. Il corpo della moda non è mai statico, ma muta con il cambiare delle epoche e delle sensibilità culturali. Si passa così dall’astrazione eterea delle modelle all’esplosione delle curve celebrate dalla cultura pop contemporanea, dimostrando come non esista un modello ideale assoluto, ma una pluralità di forme in divenire. Un capitolo è invece dedicato alla scomposizione e ricomposizione della figura maschile. Attraverso le intuizioni storiche di Giorgio Armani e Gianni Versace, la mascolinità ha perso la sua presunta neutralità per farsi dichiaratamente performativa. Questa evoluzione ha aperto la strada alle sperimentazioni fluide della moda più recente, da Alessandro Michele a Tom Ford, dimostrando che il genere può essere decostruito e rimodellato. Un punto in cui il corpo è territorio di negoziazione permanente. E non mancano nemmeno una riflessione dedicata all’idea di musa, un capitolo dedicato al make-up e all’auto rappresentazione di sé stessi. Che passa, inevitabilmente, di nuovo attraverso il corpo. Un’opera aperta in cui l’autrice invita a coltivare il dubbio e ad allenare lo sguardo per comprendere che l’atto di vestirsi è, a tutti gli effetti, il nostro modo più intimo e quotidiano di abitare il mondo.

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