Nel film “Couture”, Alice Winocour svela il dietro le quinte dell’alta moda ponendo a contrasto l’illusione della perfezione estetica con la fragilità della vita reale. Attraverso il dramma di una regista interpretata da Angelina Jolie, colpita da un’improvvisa malattia alla vigilia di una sfilata, l’opera intreccia storie al femminile di rara intensità. Un viaggio profondo tra realtà finzione, che rivela il volto più umano dietro l’illusione della moda parigina
di Domenico Casoria
Nel panorama contemporaneo, la rappresentazione dell’alta moda rischia spesso di rimanere imbrigliata nell’estetica della superficie. Con “Couture”, la regista francese Alice Winocour sceglie invece di addentrarsi nel backstage parigino per scardinare l’illusione della perfezione e raccontare la vulnerabilità dei corpi.
L’illusione della moda parigina
La vicenda ruota attorno a Maxine, cineasta americana di horror indipendenti ingaggiata da una celebre maison per dirigere il cortometraggio che aprirà la sfilata. Interpretata da una rigorosa Angelina Jolie, la protagonista si muove in un ambiente regolato da simmetria, disciplina e controllo maniacale dei dettagli. Tuttavia, proprio mentre cerca di orchestrare l’immagine altrui, la sua stessa esistenza sfugge a qualsiasi regia a causa di un’improvvisa diagnosi di tumore al seno.
E la scoperta della realtà
Il film evita le trappole del melodramma incentrato sulla malattia, preferendo esplorare la perdita di controllo su un piano concettuale ed esistenziale. In una delle sequenze più intense, Maxine dialoga con Anton, il direttore della fotografia interpretato da Louis Garrel, interrogandosi sulla responsabilità di ciò che ci accade. Che diventa la chiave di lettura dell’intera opera. La regia della Winocour lavora sui non detti, sugli sguardi sospesi e sul contrasto stridente tra un corpo medico da riparare e i corpi perfetti destinati alla passerella. L’imprevisto irrompe nel copione della vita, costringendo la protagonista a misurarsi con il limite invalicabile tra la finzione del set e la realtà biologica. La struttura narrativa si sviluppa comunque in forma corale, intrecciando al percorso di Maxine le storie di altre due figure che popolano l’universo della sfilata. Da un lato c’e Ada, giovane modella sud sudanese interpretata dall’esordiente Anyier Anei, divisa tra le dinamiche spietate delle passerelle europee e i richiami della terra d’origine. Dall’altro Angèle, la truccatrice dal volto di Ella Rumpf, anima insofferente e aspirante scrittrice che osserva il circo mediatico con amara lucidità. Accanto a un cast solido che vede anche la presenza di Vincent Lindon nei panni del medico, la pellicola costruisce una rete di complicità al femminile capace di unire figure lontane attraverso un comune senso di precarietà.
Ricucire come atto
Il titolo racchiude insomma una metafora sartoriale raffinata. Couture non e soltanto l’alta moda, ma il processo più o meno lungo, sempre però doloroso, di rimarginazione delle ferite umane. La macchina da presa si sofferma anche sulle sarte, sulle maestranze e sulla fatica reale che precede l’effimero splendore dello show. Una riflessione lucida e composta sul senso dell’imprevisto. Sulla la ricerca dell’autenticità anche nel luogo in cui l’apparenza sembra dominare su tutto.
Foto Pathé Films
Leggi anche: