In base all’EPR (Extended Producer Responsibility), in Europa, chi produce o vende un oggetto deve pagare e occuparsi anche di quando quell’oggetto diventerà un rifiuto. Un concetto che si sta diffondendo in tutto il mondo e del quale occorre capire prospettive e limiti, obiettivi e criticità. Facciamo il punto sull’EPR in questo articolo
di Massimiliano Viti
Tempo, denaro e armonizzazione territoriale. Sono i tre elementi determinanti per cercare di combattere la crescita incontrollata dei rifiuti, specialmente quelli tessili che, secondo gli studi, entro il 2035, aumenteranno di oltre il 40%. Mentre solo una quota inferiore all’1% risulta riciclata. Tutto il resto viene bruciato, smaltito in discarica o abbandonato. Per evitare che la previsione diventi realtà, l’Europa ha emanato una serie di normative che vanno dalla raccolta differenziata obbligatoria dei tessuti, al divieto di distruzione dei prodotti invenduti, fino all’EPR (Extended Producer Responsibility). In base all’EPR, chi produce o vende un oggetto deve pagare e occuparsi anche di quando quell’oggetto diventerà un rifiuto. Un concetto che sta prendendo piede in tutto il mondo.
Il punto sull’EPR
Alcuni Paesi europei utilizzano già sistemi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per i prodotti tessili, tra cui Francia e Paesi Bassi. L’UE, però, prevede che siano implementati in tutto il territorio comunitario entro gennaio 2028. Il primo ostacolo evidente è la mancanza di armonizzazione. In altre parole, ogni Stato membro ha in carico la gestione autonoma della direttiva e dispone di una propria organizzazione di responsabilità del produttore (PRO), una procedura di registrazione autonoma e così via. Per cui, se un produttore, importatore, titolare di marchi, rivenditore, azienda di e-commerce vende in più nazioni UE, deve registrarsi e pagare i contributi in ogni singolo Paese.
Germania e Italia
In Germania, le due maggiori associazioni di categoria del settore tessile e della vendita al dettaglio hanno lanciato un’azione congiunta di lobbying per chiedere una maggiore voce in capitolo nella definizione dell’applicazione del nuovo sistema EPR. In Italia, a fine luglio, la Conferenza Unificata ha approvato lo schema di regolamento che istituirà l’EPR per la filiera della moda. Il provvedimento introduce un sistema organico per la gestione del fine vita dei prodotti, promuovendo raccolta differenziata, riutilizzo, riparazione e riciclo, con l’obiettivo di rafforzare l’economia circolare e ridurre l’impatto ambientale del settore. La normativa incentiva anche l’ecodesign, premiando prodotti più durevoli, riparabili e realizzati con materiali riciclati.
Difficoltà operative
In tutta Europa restano le difficoltà operative, tra cui spicca la mancanza di infrastrutture dedicate alla raccolta e al riciclo. Secondo le stime elaborate da ReHubs e BCG-Boston Consulting Group (e contenute nel report “Advancing textile circularity: Europe’s textile waste challenge”), per raggiungere il 15% di riciclo tessile entro il 2035 (ovvero riciclare 2,7 milioni di tonnellate di rifiuti post-consumo e raccogliere 8 milioni di tonnellate di materiali) sarebbero necessari tra gli 8 e gli 11 miliardi di euro di investimenti. “La responsabilità estesa del produttore (EPR) deve essere armonizzata per renderla semplice e gestibile – dice a Reuters Robert van de Kerkhof, CEO di ReHubs -. Gli investimenti devono essere orchestrati in modo da avere capacità sufficienti lungo tutta la catena del valore”.
Il regolamento PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation)
Bruxelles sta cercando una maggiore armonizzazione legislativa attraverso il regolamento PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation). PPWR ed EPR sono due pilastri complementari della politica europea per la gestione sostenibile degli imballaggi, dove il primo rappresenta il quadro normativo e tecnico vincolante, mentre il secondo è lo strumento economico di responsabilizzazione. Dal 12 agosto è obbligatorio esibire il regolamento PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation) (sia vuoti che contenenti prodotti), che attesta il rispetto dei requisiti di sostenibilità e sicurezza previsti dalla normativa europea. È vero che alcuni requisiti relativi agli imballaggi risultano più uniformi, ma non si arriva all’istituzione di un unico registro EPR per gli imballaggi a livello comunitario. Il provvedimento ha suscitato molte critiche da parte dei piccoli imprenditori, che la normativa pone sullo stesso piano di grandi aziende come Amazon, Shein e Temu. Non a caso, Gramta – la piattaforma per la conformità degli imballaggi EPR e PPWR per i venditori UE – ha già segnalato come ci siano aziende che sospendono o abbandonano il mercato UE quando le vendite sono limitate a fronte di obblighi e costi notevoli per gli imballaggi, favorendo il dominio delle grandi imprese.
Stati Uniti, un mosaico normativo
Anche negli Stati Uniti l’EPR non è regolamentata da un unico quadro normativo federale, ma si sta sviluppando attraverso un insieme di leggi per ogni singolo stato, con definizioni, tempistiche e requisiti di conformità differenti. Un mosaico legislativo che rischia di diventare ingestibile. Per esempio, un’azienda potrebbe essere regolamentata in uno stato, esentata in un altro e soggetta a definizioni e scadenze diverse in un terzo. Il tutto, rischiando sanzioni piuttosto salate in caso di inadempienza.
Il caso vietnamita
Anche il Vietnam sta rivedendo la sua politica EPR. Secondo Tang The Cuong, direttore dell’Autorità per l’Ambiente presso il Ministero dell’Agricoltura e dell’Ambiente, l’EPR non dovrebbe essere vista semplicemente come un obbligo finanziario. Dovrebbe, invece, incoraggiare le imprese a riprogettare i prodotti. Quindi: scegliere materiali adeguati, organizzare la raccolta e il riciclo, investire in soluzioni di economia circolare. Nel Paese asiatico sanno bene che non esiste un modello EPR valido per tutti. Il sistema deve riflettere il quadro istituzionale, le condizioni di mercato e la capacità di riciclo di ciascun paese.
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