Dal 26 al 28 febbraio Lineapelle Designers Edition è tornata a Milano, riportando in città la rassegna organizzata da Lineapelle insieme a UNIC – Concerie Italiane. Nove sfilate in cui in cui – spesso – la pelle ha smesso di essere semplice materia prima per diventare linguaggio, manifesto, identità. Ecco il nostro best of
di Domenico Casoria
Dal 26 al 28 febbraio Lineapelle Designers Edition è tornata a Milano, riportando in città la rassegna organizzata da Lineapelle insieme a UNIC – Concerie Italiane. Edizione dopo edizione, l’evento si è affermato come uno dei momenti più solidi della Milano Fashion Week: un luogo in cui la pelle smette di essere semplice materia prima e diventa linguaggio, manifesto, identità. Nato come progetto dedicato alla ricerca e alla sperimentazione, oggi il format è un osservatorio sulle nuove generazioni del fashion design. Un laboratorio in cui si mettono alla prova estetiche, tecniche e visioni che anticipano ciò che la moda potrebbe diventare nei prossimi anni.
Premessa
Partiamo dalle premesse. Per tre giorni, il Leather Fashion Hub di Piazza Tomasi di Lampedusa di Milano ha funzionato come una cassa di risonanza: con la pelle al centro, certo. Come materia viva, capace di assorbire biografie, tensioni, fragilità e desideri. Ma anche come incrocio con gli altri materiali. In questa edizione la crasi è sembrata più naturale che mai. La pelle è tornata al centro del discorso contemporaneo, ma con un vocabolario completamente riscritto. E le nove collezioni hanno messo in luce la sua capacità di essere superficie. Per il corpo, per la memoria, come archivio emotivo. Le sfilate hanno mostrato un approccio che oscilla tra radicalità e intimità, tra brutalismo e delicatezza, tra gesto politico e gesto affettivo. E proprio per questo, più che ripercorrere ogni collezione, vogliamo condividere con voi la nostra personale top five dei pezzi che ci hanno colpito. In ordine sparso.
Le nostre scelte
Da 1972 DESA l’attenzione è andata, chiaramente, sulla durata, sulla costruzione di un’eredità materiale. La collezione di Ivana Omazic è stata tutta strutturata sulla pelle come architettura morbida, capace di attraversare il tempo senza perdere intensità. Ecco perché il lungo cappotto nero con collo in pelo è la sintesi perfetta di questa visione.
Da Simon Cracker, invece, è andato in scena il concetto di memoria come gesto domestico e radicale. La pelle è diventata superficie di frizione, luogo in cui le imperfezioni non vengono corrette ma esibite. Qui, lo ammettiamo, la scelta è stata ardua. Ma alla fine l’ha spuntata una giacca in pelle verde, lunghezza midi e cintura in vita, piena di graffiti: la firma del designer.
Tokyo James ha portato in passerella un’estetica tagliente, elettrica, che unisce Lagos e Londra in un’unica vibrazione. La pelle, lucidissima, è stata trattata come un conduttore di energia. Ma il capo che abbiamo scelto non è in pelle. Parliamo di un lunghissimo cappotto giallo, con una altrettanta lunga sciarpa gialla che diventa anche copricapo. Chi l’ha detto che in autunno ci si veste solo di nero?
Aendör Studio ha invece scelto la precarietà come punto di partenza. La collezione Moving ha trasformato il trasloco (fisico ed emotivo) in un linguaggio visivo fatto di oscillazioni, protezioni e esposizioni. E quale migliore modo di affrontarlo scatoloni su scatoloni, se non con un completo in pelle lucida?
Da Chronos Corps la pelle è andata verso un futuro imperfetto, fatto di leghe, armature, innesti. Un’estetica brutalista che però non rinuncia alla possibilità di rinascita. Per questo abbiamo scelto una gonna strappata e un bomber di pelle. Passato e futuro.
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