Dopo New York, Londra e Bruxelles: uniti contro il greenwashing 

Sull’esempio della Big Apple, Gran Bretagna e Unione Europea alzano l’asticella della loro lotta contro il greenwashing. Perché troppe aziende fanno consapevolmente le furbe e troppi consumatori, come ci spiega una ricerca inglese, sono vittime di una sconcertante ignoranza. E c’è chi pensa anche a una blacklist 

 

LondraBruxelles e New York (come vi abbiamo raccontato qui) passano all’azione contro il greenwashing. Riuscirci, però, non è per niente facile. Perché siamo solo ai primi passi e già qualcuno li avrebbe voluti più ampi, convinto dell’urgenza di qualsiasi decisione (in primis) per contrastare l’emergenza climatica. Ma non è solo l’ambiente il fine ultimo di ogni tentativo di contrasto al greenwashing.

Uniti contro il greenwashing

Viviamo un momento storico in cui siamo circondati dal prefisso eco e da aggettivi qualificativi come greensostenibileorganicoriciclato che, invece, troppo spesso non qualificano un bel niente perché non sono supportati da fatti concreti. Per esempio, una t-shirt riciclata che utilizza solo il 12% di cotone riciclato non può essere ritenuta un capo completamente sostenibile. E questo dovrebbe comparire chiaramente nella descrizione online del prodotto. Altrimenti, entriamo nel territorio della comunicazione ingannevole e fuorviante. La quale, purtroppo, rappresenta una drammatica realtà.

Nemmeno se ne conosce il significato 

Lo dimostra la ricerca compiuta da ICPEN – International Consumer Protection Enforcement Network che vi abbiamo presentato qui: il 42% degli slogan aziendali che promuovono la propria sensibilità verso il benessere del Pianeta possono tranquillamente essere etichettati come greenwashing. Il quale, del resto, è pensato per essere una pratica sottile e ingannevole: se non lo si conosce, ci si scivola dentro con facilità. Chi se ne rende colpevole, conosce benissimo questo meccanismo. Infatti, un sondaggio del marzo 2021 condotto da Good Housekeeping Institute ha rilevato che l’86% del suo campione non conosceva il significato di questo termine. Ignoranza e confusione, Insomma.

La strategia di Londra 

A Londra ci sono due enti con lo stesso acronimo (CMA) che agiscono su fronti diversi. Changing Markets Foundation ha stabilito che molti regolamenti e disciplinari presi come riferimento dalle aziende per affermare il livello di sostenibilità di un prodotto o di una pratica, non sono chiari. Anzi: permettono (guarda un po’) “un sofisticato greenwashing su vasta scala”. Competition and Markets Authority, invece, ha un approccio decisamente più concreto e minaccia di pubblicare una blacklist delle aziende di moda avvezze al greenwashing per comprometterne la reputazione. Brutale, indubbiamente. Ma a mali estremi, estremi rimedi.

La decisione di Bruxelles 

A Bruxelles, in ottica Green Deal (ciOè: raggiungere la carbon neutrality entro 2050), la Commissione europea ha presentato un pacchetto di proposte  “volte a definire il prodotto sostenibile”. Primo: deve durare nel tempo ed essere riparabile per allungarne il ciclo vita. All’interno del pacchetto, che vuole arginare il fast fashion, c’è anche una proposta per la responsabilizzazione dei consumatori. Perché anche l’acquisto “incauto”, inconsapevole e superficiale potrebbe essere ritenuto un atto di complicità al greenwashing. (lf)

Leggi anche:

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER