Troppi, asfissianti, inefficienti: la filiera sommersa dagli audit

Dati e richieste di ogni tipo. Audit continui che diventano più assillanti che efficienti. In nome di una “trasparenza” che – come si è scoperto, drammaticamente, negli ultimi mesi – ha dei lati molti oscuri, la filiera ha bisogno “di un’armonizzazione delle normative e di una standardizzazione dei sistemi” per essere, davvero, un sano strumento competitivo

di Massimiliano Viti

 

Quando chiedi a un subfornitore di lunga data del lusso cosa è cambiato nel rapporto con i suoi clienti, nella maggior parte dei casi ti menzionerà l’aumento delle richieste di dati, delle certificazioni e dei continui audit a cui la sua azienda viene sottoposta. Richieste e procedure ritenute necessarie dalle griffe e racchiuse nel capitolo “Trasparenza” nell’ambito del rapporto tra il marchio stesso e il suo fornitore (fatto salvo, come testimoniano i casi di caporalato scoperti in Italia, che più il livello di fornitura del lusso si complica, più la pretesa di trasparenza dei brand, a dir poco, si opacizza).

Ad ognuna il suo

Ogni griffe, anche se controllata da una stessa casa madre, ha i suoi criteri da seguire quando svolge gli audit, ha una sua impostazione nei modelli per le richieste e ha una propria piattaforma software all’interno della quale i fornitori devono caricare dati e documentazioni. I fornitori di primo livello vengono ritenuti responsabili del caricamento dei dati da parte dei fornitori di secondo livello e così via. In alcuni casi le richieste sono, per così dire, piuttosto invadenti e prevedono, per esempio, anche l’invio dei cedolini paga o del DURF, il Documento Unico di Regolarità Finanziaria. Fino ad arrivare ad alcune che sembrano perfino avere l’obiettivo di smascherare il processo col quale il subfornitore elabora il prezzo del prodotto/servizio (fonte fasonista.it).

Meno efficienza, più costi

E se da un lato le richieste delle aziende della moda e del lusso appaiono giustificabili per poter disporre di una supply chain adeguata e affidabile, dall’altro lato, la filiera manifatturiera affoga in una marea di richieste da evadere che si trasforma in una perdita di efficienza e in un aggravio di costi. Molte microaziende non hanno le risorse umane, né le competenze e né gli strumenti per far fronte alle richieste. Così sono costrette ad affidarsi a costose consulenze esterne per non correre il rischio di restare fuori dal sistema e quindi di rimanere senza lavoro.

Complessità che genera complessità

“La maggior parte dei fornitori non risponde nemmeno a tutte le domande, perché non ha i dati o non ne ha la capacità”, conferma a Vogue Business Anja Sadock (responsabile del marketing della piattaforma di tracciabilità TrusTrace). “Il carico di dati sta diventando ingestibile. Se non disponiamo di dati di alta qualità, faremo analisi basate su presupposti errati. Uno dei punti più dolorosi è che tutti i brand interpretano in modo leggermente diverso i regolamenti. La maggior parte dei marchi con cui lavoriamo non vuole solo essere conforme, ma ha ambizioni più alte in fatto di sostenibilità per cui ha bisogno di dati aggiuntivi standardizzati. Tutto ciò contribuisce alla complessità”. Gli esperti di TrusTrace confermano che i fornitori si sentono sopraffatti dalle richieste di dati da parte dei brand.

Le stesse informazioni, in formati diversi

Molte di queste richieste riguardano le stesse informazioni, ma in formati diversi, per cui le imprese della filiera sono spesso chiamate a compilare estesi fogli di calcolo, presentare la documentazione manualmente e rispondere a sondaggi. Inoltre, i tempi concessi dai loro clienti sono – spesso – troppo stringenti. Tutto ciò ha un costo che è a completo carico dei fornitori.

“C’è uno squilibrio di potere, con i fornitori che devono assorbire i costi delle richieste di conformità senza che i marchi condividano la responsabilità” affermano da TrusTrace. D’altra parte, i marchi sono generalmente solidali con queste sfide, ma molti di essi non hanno un sistema unificato e, nonostante gli impegni pubblici, non hanno dati verificati oltre il primo livello. Appare evidente che c’è bisogno di un’armonizzazione delle normative e di una standardizzazione dei sistemi dei marchi, i quali dovrebbero collaborare con i fornitori piuttosto che limitarsi a controllarli. A questo proposito, Anja Sadock suggerisce di prendere esempio dal sistema bancario.

Fatti, non montagne di documenti

“La qualità del lavoro, la sostenibilità della produzione e il benessere dei dipendenti dovrebbero essere dimostrati dai fatti, non da montagne di documenti” osserva Michela Bassetti, CEO del Solettificio Coba, azienda italiana (con sede nelle Marche) che viene controllata, a volte, con due audit alla settimana. “È un impegno insostenibile in termini di risorse umane e finanziarie” spiega Bassetti, che propone un unico audit annuale da enti terzi, valido per tutti i brand. Oppure una certificazione globale che le aziende possano fornire direttamente ai clienti, senza dover ripetere lo stesso iter più volte. La sfida vera appare quella di trasformare il controllo di filiera da un peso burocratico a un vantaggio competitivo. Sì, ma come?

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