Dai video su TikTok al Baiyun World Leather Trading Center di Guangzhou. Qui puoi trovare una “legalissima” borsa di Chanel che non è di Chanel, ma che urla CANELH. La Cina è tornata a fare la voce grossa sull’industria del falso. Questa volta, però, potrebbe davvero darci il colpo di grazia. In altre parole – e tristemente – potremmo dire: Hello fakeness, my old friend
di Domenico Casoria
Non li abbiamo visti arrivare, inermi a crogiolarci sulle macerie di un lusso europeo che di europeo conserva qualche blasone e l’iscrizione nel registro dei marchi più vecchi del mondo. Un po’ come fanno i nobili decaduti. Ecco perché stiamo perdendo la battaglia contro i fake cinesi. Anzi: ecco perché il lusso europeo ha deciso di non impegnarsi in una battaglia che avrebbe perso in partenza, spostandosi su un altro piano.
Hello fakeness, my old friend
Qualche assaggio della guerra ibrida sferrata dall’industria dei fake cinesi l’avevamo già avuto con quei video su Tik Tok di “fornitori” cinesi che ad aprile 2025 lanciavano l’arco con tutte le frecce spacciandosi per i veri produttori del 70% del lusso europeo. Ecatombe. Giù la maschera. Niente sarà più come prima. Subito i marchi avevano iniziato a tremare perché i cinesi avevano risposto, all’epoca, ai dazi di Trump bersagliando borsette, vestiti, accessori (europei, guarda caso) dalle fondamenta.
Il tutto era finito in un gattopardesco silenzio, nonostante i sedicenti produttori si fossero fatti inquadrare all’interno, davanti, inglobati da fabbriche con l’insegna di Chanel, Hermès o Louis Vuitton. O con, addirittura, in mano prodotti spacciati per veri, dal costo di 1.000 euro e poi rivenduti, sempre secondo loro, a decine e decine di migliaia in più.
Non era uno scherzo
Sembrava quasi uno scherzo. Non era uno scherzo. Aveva un intento vero e proprio: distruggere (mettendolo in cattiva luce) il lusso europeo. In un periodo in cui non godeva proprio di una stima elevata, tra costi e inchieste sul caporalato. All’epoca, c’era stata una generale indignazione o qualcosa di simile. Niente di più. Qualche settimana fa, invece, il portale Glitz.Paris si è spinto oltre, denunciando la longa manus delle istituzioni cinesi sull’industria del falso. Industria ripulita e ormai del tutto inglobata in centri commerciali che – oltre a essere tollerati – sono persino sponsorizzati.
Tutto alla luce del giorno
A Guangzhou, per esempio, si possono comprare le copie precise delle più celebri borse in circolazione alla luce del giorno. Copie esatte, perché chi contrabbanda ha un altro vantaggio. Ha un accesso facilitato ai modelli autentici, visto che in Cina le boutique di lusso sono meno vincolate da cose tipo “una lista di 2 anni per avere quella Birkin”. Basta spendere qualche decina di migliaia di yuan e il gioco è fatto. E non solo. Molti dei falsi venduti in questi grandi mall finiscono addirittura nel giro dell’usato di lusso, inquinando ancora di più i pozzi. E così, se 1+1 fa (ancora) 2, dai video di cinque secondi ai grandi centri commerciali, l’attacco al lusso europeo è ormai sdoganato.
Qualcosa di non replicabile
Certo, c’è un “però”. Quello che non è replicabile (almeno per ora) è l’experience, la sviolinata travestita da benvenuto che ogni marchio di un certo livello fa ai clienti high spending. Ma pure a quelli che spendono di meno, perché non puoi non sentirti il benvenuto nelle cassaforti del lusso. Quello che non è replicabile è, quindi, l’experience nel senso figurato e letterale del termine. In altre parole, ai clienti cinesi che comprano una 2.55 di CANELH al Baiyun World Leather Trading Center mica raccontano di quando Mademoiselle Coco decise di lanciare una borsa per rimpiazzare quelle inutili pochette retaggio del secolo precedente, scomode, prive di manici e piccole.
La sostanza, insomma, non c’è. I materiali, le tecniche, la storia, il privilegio di acquistare un pezzo che racconti qualcosa, non ci sono. Ma una regola vale sempre, e diciamolo, il lusso europeo non ha ancora capito quanto sia deleteria. Il “purché se ne parli” ha finito per diventare un boomerang affilato, che rimbalza dritto sulle vetrine di chi pensava di poter dominare la narrazione. E ora che la fakeness non è più un’ombra, ma un’ospite d’onore, il lusso europeo farebbe bene a chiedersi quali sono le priorità.
Immagini generate con Intelligenza Artificiale
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