La tassa sui piccoli pacchi e il rebus dell’ultra-fast fashion

Dal 1° luglio, per entrare nell’Unione Europea, i piccoli pacchi provenienti da territori extra UE con un valore inferiore a 150 euro subiscono un dazio di 3 euro per categoria di prodotto. Dicono sia la soluzione migliore per arginare l’invasione di pacchetti cinesi. Ma è davvero così che si può contrastare il fast fashion più selvaggio?

di Massimiliano Viti

 

Dal 1° luglio, per entrare nell’Unione Europea, i pacchi provenienti da territori extra UE con un valore inferiore a 150 euro subiscono un dazio di 3 euro per categoria di prodotto. Se il pacco contiene prodotti con 4 codici doganali diversi, la tassa applicata al singolo pacchetto è di 12 euro. È la soluzione migliore per arginare l’invasione di pacchetti cinesi o il provvedimento entrerà nell’elenco delle cure che provocano più danni della malattia?

Parità di condizioni

Poche settimane dopo l’entrata in vigore, la tassa sembra già essere ricaduta sulle spalle dei consumatori europei, visto che le piattaforme di e-commerce si sono adeguate e hanno ritoccato i prezzi. Secondo Bruxelles la tassa serve per arginare l’aumento delle importazioni dalla Cina, anche se il provvedimento colpisce tutti i Paesi extra Ue, Regno Unito compreso. Il numero di pacchi di basso valore entrati nell’Unione Europea, infatti, è passato da 1,3 miliardi nel 2022 a 5,9 miliardi nel 2025. Circa il 90% proviene dalla Cina, visto il rapido sviluppo di piattaforme online, tra cui Shein e Temu. Il dazio mira anche a garantire parità di condizioni con i rivenditori europei.

Gap competitivo

Ora, con il nuovo dazio, il vantaggio competitivo delle piattaforme online dovrebbe essersi ridotto. Le imprese europee lamentavano il fatto di dover rispettare le normative UE, mentre molti prodotti provenienti dall’estero attraverso questo sciame di pacchetti risultavano non conformi agli standard europei anche sotto il profilo della sicurezza. A questo proposito, The Guardian cita gli integratori alimentari: quasi 2 prodotti di provenienza extra-UE su 3 falliscono i test di salute e sicurezza pubblica. Così come i dispositivi di protezione individuale professionali: il 60% non è conforme alle normative UE.

I dubbi degli analisti

Diversi analisti hanno però espresso dubbi sull’efficacia del provvedimento. Prima di tutto, perché i prezzi dei prodotti venduti dalle piattaforme online sono talmente bassi che il rincaro di 3 euro difficilmente dissuaderà gli acquisti. Non a caso, Shein ha già preso delle contromisure. Per esempio: ha aperto alcuni temporary shop in Ungheria, ha tentato di aprire un negozio permanente a Parigi e ha potenziato un enorme centro di distribuzione in Polonia. Probabilmente studierà altro per cercare di arginare o limitare il dazio, come assorbire parte dei costi cambiando le soglie per la spedizione gratuita. Anche se la contromossa più semplice resta quella di alzare il prezzo e scaricare la tassa sulle famiglie europee.

Le contromosse

La Commissione Europea ribadisce con una certa insistenza, anche sui social, che il cittadino europeo non pagherà nulla in più, perché il dazio verrà pagato da piattaforme e rivenditori. È vero soltanto in teoria, perché nella pratica, fin dai giorni successivi all’entrata in vigore del dazio, i listini di Shein, Temu e di altri principali marketplace cinesi sono cambiati. I prodotti di prezzo inferiore a 4 euro sono praticamente spariti dall’offerta. Poi, anziché aumentare di 3 euro la somma da addebitare al cliente, molti operatori hanno preferito semplificare il processo aumentando di 3 euro il singolo prodotto. Per cui un acquisto di 3 prodotti a 2 euro ciascuno, che sarebbe stato equivalente a un ordine da 9 euro totali, dazio compreso, ora è arrivato a valere 15 euro.

Tassare il danno

Dal punto di vista ambientale, le critiche sono piuttosto vivaci e sottolineano come la legge europea imponga una sanzione, ma non obbliga le aziende a ridurre il loro impatto ambientale o a produrre meno capi. In altre parole: si attribuisce un costo al danno, ma non lo previene, consentendo così al modello di produzione di sopravvivere. Ciò significa che la sfida della sovrapproduzione, la principale nel settore della moda, rimane irrisolta.

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