Così il super fast fashion è nel mirino di Francia e Germania

La Francia approva una legge per colpire i portali extra UE come Shein e Temu. In Germania una serie di test definiscono i suoi prodotti come “cocktail chimici tossici” che stanno alla base di un preciso modello di business. Che risultati porterà questa guerra al super fast fashion?

di Massimiliano Viti

 

Dalla tassa di Bruxelles (di cui abbiamo scritto qui) alla legge francese, passando per la causa tedesca. Il super fast fashion cinese (Shein, Temu, Ali Express) è nel mirino dell’Europa. La Francia, dopo oltre due anni di discussioni parlamentari, è diventata il primo Paese ad approvare una legge studiata per colpire i giganti della moda ultraveloce e “ridurre l’impatto ambientale dell’industria tessile”.

Nel mirino dell’Europa

La legge regola anche la pubblicità. Impone l’inclusione di informazioni ambientali e vieta agli influencer di promuovere online i marchi del super fast fashion. Tale normativa è incastonata sulla base di due criteri principali. Uno è il volume di capi immessi sul mercato (secondo il governo francese, Shein e Temu vendono volumi non paragonabili a quelli di Zara). L’altro è l’incentivo alla riparazione. In altre parole, un coefficiente che mette in relazione il prezzo del prodotto con il costo della riparazione).

La legge francese

Pochi giorni dopo l’approvazione della legge, il governo transalpino ha presentato anche la bozza di decreto che stabilisce l’ammontare delle sanzioni pecuniarie, calcolate in base al punteggio ambientale di ciascun prodotto. Il valore è crescente. Può arrivare fino a 20 euro per capo nel 2030, con un tetto massimo del 50% del prezzo al netto delle imposte. Per esempio: per un paio di jeans, la sanzione passerà dai 9 euro del 2026 agli oltre 17 del 2030. Il decreto è soggetto a una procedura di consultazione pubblica fino alla fine di luglio, mentre la data di entrata in vigore prevista è il 1° settembre 2026.

Un modello sociale da difendere

“Ciò che è in gioco oggi non sono solo i vestiti, ma un modello sociale che vogliamo difendere”, ha detto Serge Papin, ministro delle Piccole e Medie Imprese dell’Eliseo, a Reuters. Shein (che ha ottenuto il via libera per quotarsi alla Borsa di Hong Kong), però, sostiene che alcune misure del disegno di legge “sembrano mostrare incongruenze con il quadro europeo che disciplina i servizi digitali e l’e-commerce”. Il che lascia intendere che la partita potrebbe essere piuttosto lontana dalla conclusione.

La provenienza, non le procedure

La legge francese impone normative meno rigide e obblighi molto più semplici per le aziende di fast fashion europee come Inditex-Zara, H&M e la francese Kiabi. Secondo gli addetti ai lavori costituisce un primo passo importante, anche se non ha centrato tutti gli obiettivi. Si è focalizzata sulla provenienza dei prodotti e non sulle procedure produttive. Una decisione che potrebbe ridistribuire le quote di mercato tra i produttori di fast fashion, ma che, da sola, non risolverà il problema ambientale. La ragione è presto detta: questa legge non obbliga i portali extra UE a ridurre il loro impatto ambientale (e quello dei loro fornitori) a produrre meno. Se dal punto di vista strettamente economico l’obiettivo può essere giustificabile, dal punto di vista ambientale non lo è, perché le normative non portano un effettivo beneficio. Come si legge su BoF, il sistema attribuisce un costo al danno anziché prevenirlo.

Il caso Lacoste

La Francia è stata protagonista anche di un altro caso che chiama in causa Shein. Il Tribunale di Parigi ha adottato misure provvisorie su tutto il territorio dell’Unione Europea per impedire la violazione del marchio Lacoste che caratterizza un gran numero di articoli in vendita su Shein. Per il giudice si tratta di un probabile caso di “contraffazione per imitazione”, con un evidente e concreto rischio di confusione per i consumatori.

Grossi problemi tedeschi

In Germania, i problemi di Shein hanno un altro perimetro. L’analisi chimica di uno stivale da donna prodotto e venduto da Shein ha rivelato la presenza di dietilesilftalato (DEHP). Si tratta di una sostanza tossica prevalentemente usata per rendere morbido e flessibile il PVC. Il livello riscontrato era di 179 volte superiore rispetto a quello massimo consentito dalla legge europea. Ma non finisce qui. L’indagine commissionata da Deutsche Umwelthilfe, associazione tedesca per la tutela dell’ambiente e dei consumatori, ha evidenziato come 15 prodotti di Shein su 18 contenessero sostanze inquinanti o residui chimici di produzione. Non solo: quasi il 40% degli articoli testati viola le attuali normative europee in materia di sostanze chimiche e non dovrebbe essere messo in commercio. DUH ha dichiarato di aver intrapreso azioni legali contro Shein che, intanto, ha affermato di aver ritirato i prodotti dalla vendita a livello globale in attesa degli esiti delle indagini.

Un cocktail chimico tossico

Barbara Metz, CEO di DUH, ha dichiarato in un comunicato che “l’abbigliamento di Shein è un cocktail chimico tossico per sua stessa natura. Il vero problema non sono solo le sostanze chimiche presenti nei capi, ma il sistema che sta alla base della loro produzione”. Viola Wohlgemuth, esperta di tessile ed economia circolare presso DUH ha rincarato la dose: “Le sostanze chimiche tossiche non sono un incidente industriale. Sono il prezzo di un modello di business che privilegia la massima velocità. A cosa servono i limiti alle sostanze chimiche se non vengono rispettati?”. Secondo DUH, le aziende come Shein “dovrebbero pagare contributi molto più elevati rispetto ai produttori di beni durevoli, a basso impatto ambientale e riciclabili”. Nel caso tedesco. la catena di approvvigionamento di Shein, che è sempre stata il suo punto di forza, si è trasformata in una ghigliottina.

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