Più fabbriche, più produzione: il lusso è una macchina senza freni

Il lusso superproduce senza sosta, progetta e inaugura fabbriche soprattutto tra Italia e Francia che, dice il CEO di Louis Vuitton (Pietro Beccari), “domineranno l’alta gamma per secoli”. Facciamo il punto su questa corsa senza freni che coinvolge non solo le griffe, ma anche i loro terzisti specializzati in calzatura e pelletteria

 

Per un certo periodo di tempo si pensava che l’operaio calzaturiero o quello al lavoro in una pelletteria dovesse lavorare solo con la luce artificiale. L’illuminazione costante avrebbe permesso all’occhio umano di individuare meglio i colori e di riconoscere le eventuali sfumature tra una pelle e l’altra. Cosa molto più difficile da fare con la mutevole luce naturale. Dopo decenni, la teoria e la pratica sono cambiate. Basta visitare aziende come Tod’s (a Casette d’Ete, nelle Marche) o Brunello Cucinelli (a Solomeo, in Umbria) per capirlo al volo.

Oppure, basta entrare in Fendi Factory, la fabbrica simbolo della produzione italiana di lusso, realizzata con immense vetrate per permettere ai lavoratori di godere della vista della campagna circostante. “Siamo fieri di questo. È un ambiente di lavoro migliore e piacevole” dice il CEO di Fendi, Serge Brunschwig. Lunga introduzione per entrare nel vivo di un argomento che dimostra quanto il lusso sia una macchina senza freni, che continua ad aumentare la sua capacità produttiva. Quindi: ad aprire nuove fabbriche e laboratori in Italia e Francia. I luoghi, cioè, dove l’artigianalità è una garanzia al punto che, come dice Pietro Beccari (CEO di Louis Vuitton), “passeranno ancora molte generazioni perché ci siano delle dimensioni del lusso che non siano italiane o francesi”.

Il lusso è una macchina senza freni

Costruita a Capannuccia, nelle colline di Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze, Fendi Factory è costata 50 milioni di euro, l’investimento più alto mai fatto in Italia da LVMH (il suo gruppo di riferimento) per una manifattura. Attualmente impiega 400 persone, di cui un centinaio in produzione. Diventeranno 700 entro tre anni. Produrranno il 45% (rispetto all’attuale 10%) della pelletteria del marchio. È la dimostrazione lampante dell’impegno del lusso nel rafforzare la capacità produttiva per far fronte alla crescente richiesta. E Fendi Factory è la punta di un iceberg che sta investendo per mettere in sicurezza la propria filiera produttiva: spesso, lo fa costruendo nuove fabbriche.

Le fabbriche di Hermès

Persino Hermès, che fa della scarsità dei prodotti sul mercato la sua principale strategia, sta accelerando il ritmo con cui apre nuovi laboratori. Dopo aver inaugurato ad aprile una pelletteria in Normandia, il mese successivo ha aperto ufficialmente una nuova fabbrica nelle Ardenne, dove ha creato un importante polo produttivo. La fabbrica di Sormonne è la ventiduesima di Hermès in Francia. Darà lavoro a 260 persone. Dal 2010, Hermès ha aperto 11 laboratori di pelletteria in Francia, portando a oltre 4.700 il numero di artigiani della pelle impiegati. Altri 4 progetti sono attualmente in fase di sviluppo a Riom (Puy-de-Dôme), L’Isle d’Espagnac (Charente), Loupes (Gironda) e Charleville-Mézières (Ardenne).

Investimenti in corso

Più recentemente, Bottega Veneta ha aperto una nuova fabbrica a Vigonza (Padova) dove ha internalizzato la filiera calzaturiera. Nei prossimi mesi Louis Vuitton aprirà un calzaturificio a Civitanova Marche (Macerata) che, a pieno regime, ospiterà 500 lavoratori. La stessa griffe ha stanziato circa 40 milioni di euro per la costruzione di una nuova pelletteria a Pontassieve (Firenze), in località Le Sieci, dove accoglierà 450 addetti.

Ma non finisce qui, perché sono tanti altri i marchi del lusso che hanno diversi investimenti in corso. L’obiettivo è sempre lo stesso: incrementare la produzione. Per far fronte alla maggiore richiesta di prodotti, ma anche per avere più sotto controllo la supply chain, la qualità del prodotto finito, la regolarità del time to market e altri vantaggi che la produzione diretta porta con sé. Secondo gli esperti una griffe difficilmente potrebbe superare la soglia del 50% di produzione interna: forse il vento sta cambiando.

Aumentano anche i terzisti

La strategia di aumentare la capacità produttiva interna coinvolge anche i terzisti italiani che lavorano per le griffe. È il caso di Dimar Group che a giugno 2022 ha inaugurato un nuovo stabilimento da 11.000 metri quadrati a Campli (Teramo) e ne ha in progetto un altro da 14.000 metri quadrati a Valentano (Viterbo). L’obiettivo è di raddoppiare i dipendenti e arrivare a quota 1.000. Stesso discorso per Desa, subfornitore turco che ha deciso di aprire il sito produttivo a Poppi (Arezzo), inaugurandolo a marzo 2023.

Ancora: Gab, pelletteria controllata dal gruppo Hind attraverso Holding Moda, che a gennaio 2023 ha aperto la sua nuova sede da quasi 20.000 metri quadri a Capalle (Campi Bisenzio) al termine di una riqualificazione da 5 milioni di euro. Anche in questi casi gli investimenti hanno l’obiettivo di concentrare la filiera per avere la massima tracciabilità della produzione, una qualità dei prodotti più omogenea, la riduzione della dispersione in piccoli laboratori esterni che genera costi di controllo e trasferimento delle merci.

L’ultima contraddizione

Quanto tempo durerà questa corsa al potenziamento della produzione? Domanda legittima, visto che in giro si sussurra che i magazzini di alcune griffe faticano a scaricare l’invenduto. E in fondo, non suona contraddittorio tutta questo superprodurre se poi arriva François-Henri Pinault, numero uno di Kering, annunciando che la produzione deve diminuire per poter raggiungere gli obiettivi climatici?

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