Trame invisibili dal valore immenso: le sfide del ricamo italiano

È una delle lavorazioni che contribuiscono a definire l’identità del lusso italiano, eppure resta spesso nell’ombra. Tra nuove tecnologie, difficoltà nel ricambio generazionale e trasformazioni del mercato, il comparto del ricamo è chiamato a ripensare il proprio futuro. Con Loreto Di Rienzo, coordinatore di Assoricamatori, proviamo a capire quali sfide attendono la filiera.

di Domenico Casoria

 

Dietro la bellezza di un capo d’alta moda o di un elemento d’arredo di lusso si cela un patrimonio che intreccia sensibilità sartoriale, ricerca tecnologica e visione creativa. Un’eccellenza manifatturiera che spazia dai grandi distretti industriali alle lavorazioni artigianali legate al fatto a mano, ma che spesso resta poco visibile al grande pubblico. Per valorizzare e tutelare questa filiera è nata Assoricamatori. Quali sono oggi le sfide del ricamo italiano, tra tradizione e innovazione?

Il valore inespresso

“L’Italia è stata uno dei primi Paesi al mondo a utilizzare le macchine industriali da ricamo ed è stata la linea guida per tutte le successive evoluzioni”, sottolinea Loreto Di Rienzo, coordinatore dell’associazione. “Accanto all’industria c’è sempre stata una forte cultura del fatto a mano, con tradizioni ancora vive in Abruzzo, ad Assisi o a Burano. Ma la sensibilità per un ricamo parte proprio dalla manualità: anche se oggi le macchine fanno quasi tutto, l’input e la sensibilità del ricamatore restano la vera caratteristica della manifattura italiana”. È facile intuire quindi come si tratti di un’arte profonda e incredibilmente delicata, capace di trasformare un semplice tessuto in un’opera materiale di rara precisione, dove la leggerezza del gesto artigianale incontra la visione del designer. Un equilibrio prezioso che richiede tempo, pazienza e un’intuizione estetica non sempre replicabile.

Le sfide del ricamo italiano

Un patrimonio di valore inestimabile che rischiava di rimanere frammentato e poco conosciuto al di fuori della cerchia dei designer. Per questo motivo, due anni fa, da un’idea di otto ricamifici Fondatori, è nata Assoricamatori. Oggi l’associazione raccoglie una ventina di soci, selezionati attraverso un rigoroso codice etico basato sul rispetto delle norme e sulla storicità dell’azienda. “Facciamo qualcosa che vada oltre la semplice vendita, creando un valore inespresso che può fare la differenza” spiega Di Rienzo. Le sfide per le imprese della filiera, per lo più realtà di piccole dimensioni, tra i 15 e i 20 dipendenti, sono articolate e complesse. Vanno dalla necessità di formare e attrarre giovani programmatori, figure chiave in grado di coniugare tecnica e creatività per interpretare le richieste dei designer, fino alla gestione delle nuove tecnologie. “I ricami oggi sono digitali, quindi l’AI può fare tutto nella gestione dell’archiviazione e della diffusione. La differenza sta nell’approccio: se conosci bene la materia ed hai cultura, la puoi sfruttare. Dobbiamo personalizzare l’intelligenza artificiale e adattarla alla nostra cultura per registrare e proteggere il nostro saper fare. Il rischio per i giovani è cadere in una logica di semplificazione” osserva ancora Di Rienzo. Che poi sottolinea come il tema della customizzazione sia ormai fondamentale per rispondere alle esigenze del mercato e contrastare il problema dell’invenduto.

Una questione di approfondimenti

Un cambio di visione che riguarda anche la progettazione stessa del prodotto: l’obiettivo non è fare semplicemente collezioni stagionali, ma sviluppare approfondimenti e studi di ricerca a lungo termine, capaci di creare valore ed essere riutilizzati nel tempo. A questo si aggiungono le pressioni sui costi, la pesantezza burocratica e le incertezze del mercato, che spingono diversi ricamatori verso aggregazioni o acquisizioni da parte dei grandi gruppi del lusso. Passaggi che offrono spalle coperte e una gestione manageriale, ma che rischiano di imbrigliare l’indole creativa e l’attitudine al rischio tipica del piccolo imprenditore. Senza dimenticare il riconoscimento del lavoro svolto. “Se compri un capo, chi ha fatto il ricamo è invisibile. I brand non dicono chi lo ha realizzato. Bisogna far conoscere le competenze, le capacità e il know-how che ci sono dietro”. Presente per la prima volta quest’anno a Lineapelle (15-17 settembre, FieraMilano Rho), l’associazione testimonia come il settore si stia aprendo a nuove frontiere.

Il posto che merita

Un settore poco conosciuto, insomma, ma radicato in distretti diffusi in Toscana, Veneto, Marche e Lombardia, capace di mostrare una versatilità straordinaria. Dal ricamo decorativo a quello funzionale (come imbottiture e rinforzi), dall’automotive fino ai mobili, che possono essere anch’essi finemente ricamati, integrando la lavorazione tradizionale con la stampa, il laser e la termosaldatura. E quando il semplice marchio “made in Italy” non basta più come garanzia, la vera risposta sta proprio nel valore culturale e sistemico della manifattura. “Gli italiani possono ricamare tutto, qualunque cosa” conclude Di Rienzo.

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