Chi è davvero sostenibile scagli la prima pietra

Ma esiste chi è davvero sostenibile? Secondo noi, no e, proprio partendo da questa presunzione, il greenwashing è diventato uno strumento più o meno esplicito nelle mani di chi si dichiara più green di chiunque altro. Ultimamente, però, i nodi stanno venendo al pettine come dimostra quello che sta accadendo al Fashion Pact, all’ex Higg Index e al sistema delle compensazioni delle emissioni

 

Tre indizi fanno una prova. Primo: il discusso Higg Index è stato sostituito da Worldly con un’operazione di rebranding. Secondo: Hermès, Selfridges e Stella McCartney sono usciti dal Fashion Pact. Terzo: le compensazioni green, utilizzate da molte aziende per le loro dichiarazioni di sostenibilità, non sarebbero così efficaci e sono state messe sotto accusa. La prova è che gli sforzi verso l’obiettivo comune della sostenibilità sono ancora lontani dell’essere davvero efficaci. La strada da percorrere è lunghissima, secondo alcuni è appena iniziata e, soprattutto, deve entrare in una fase di maggior certezza, autorevolezza, autenticità. Partendo da un assunto di base: chi è davvero sostenibile scagli la prima pietra. Visto che nessuno lo è, molto meglio rimboccarsi le maniche, ognuno nel suo specifico territorio d’azione.

Chi è davvero sostenibile scagli la prima pietra

Il Fashion Pact è stato presentato al G7 di Biarritz nel 2019. È un progetto per far progredire la moda sostenibile. Lo ha guidato François-Henri Pinault, CEO di Kering, su richiesta di Emmanuel Macron. Faceva parte dell’One Planet Summit creato nel 2017 quando gli USA uscirono dagli Accordi di Parigi. Il Fashion Pact è cresciuto fino a coinvolgere oltre 250 marchi, che rappresentano più del 30% del settore moda e tessile in termini di volume. Poi però, il 23 maggio 2023, il board del Fashion Pact ha nominato alla co-presidenza Helena Helmersson, che guida il colosso svedese del fast fashion H&M. In altre parole: l’azienda messa sotto pressione per le sue pratiche poco trasparenti. Contestualmente, dal gruppo sono usciti Hermès, Selfridges e Stella McCartney. Azione e reazione, vien da pensare. Eppure, Helmersson non si è scomposta: “Un certo grado di fluttuazione dei membri è normale per iniziative industriali di questo tipo – commenta a MF Fashion -. Ci sono una serie di ragioni per cui le aziende possono abbandonare un programma. Per esempio: i costi, la capacità del team o priorità diverse”. Non solo: ha annunciato che “entro la fine dell’estate, divulgheremo ulteriori informazioni sull’iniziativa, i nostri progressi e i nostri membri”, new entry comprese.

Il restyling di Higg Index

Così come il Fashion Pact si trova nella condizione di gestire l’impatto degli illustri abbandoni, il controverso Higg Index deve rifarsi una verginità. Lo ha fatto cambiando nome in Wordly. Lo ha ammesso candidamente Jason Kibbey, CEO della nuova versione dell’indice, secondo il quale la bufera sull’Higg Index è stata uno dei motivi che hanno portato al rebranding. Worldly continuerà a portare avanti il discusso indice, di cui detiene una licenza esclusiva, ma sarà libero di lavorare per committenti diversi dalla SAC – Sustainable Apparel Coalition (che detiene una partecipazione azionaria di Wordly). “Non ci allontaniamo in alcun modo dall’Higg Index. Continuiamo a essere l’ospite esclusivo” precisa Kibbey a Vogue Business, confermando così la mera azione di rebranding. La differenza sta che ora Worldly aggrega i dati per l’Index che è gestito dalla SAC. Il maquillage c’è, ma i risultati quali saranno?

Compensazioni, questo è il problema

Come se non ci fosse ancora abbastanza confusione sul tema, ecco arrivare la ricerca condotta dal quotidiano britannico The Guardian, dal settimanale tedesco Die Zeit e dall’organizzazione no profit di giornalismo investigativo SourceMaterial. Terminata a gennaio 2023, dice che il 94% dei crediti di compensazione è probabilmente un “credito fantasma” e non rappresenta reali riduzioni di carbonio. Questi crediti sono stati acquistati da aziende di fama internazionale (non solo della moda), per compensare le proprie emissioni e poter definire i loro prodotti “carbon neutral” o “non dannosi” per il clima. Contro l’inchiesta si è scagliata Verra, ONG di Washington che ha emesso più di un miliardo di crediti di carbonio. Nel frattempo, però, il suo CEO, David Antonioli, si è dimesso. Nel Regno Unito, The Guardian scrive che la locale Advertising Standards Authority (ASA) valuterà con la lente di ingrandimento chi usa termini come “carbon neutral”, “net zero” e “nature positive” al fine di reprimere il greenwashing. In altre parole, chi si dichiara “carbon neutral” dovrà dimostrarlo con i fatti. Sempre come conseguenza dell’inchiesta, Gucci, che nel 2019 aveva annunciato di essere diventato “completamente carbon neutral” (anche grazie all’utilizzo delle compensazioni di Verra) ha cancellato la dichiarazione dal proprio sito.

In conclusione

La moda si è concentrata sulla sostenibilità, ok: ma perché? I rapporti su progressi, allineamento del settore e obiettivi politici sono in disaccordo e non coincidono. Per ora, quel che pare, è che sia stata fatta confusione tra sostenibilità vera e propria. Soprattutto da parte di chi ha la tentazione di essere sempre il primo a scagliare la prima pietra.

 

 

 

 

 

 

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