I deadstock conquistano stilisti e passerelle: ecco perché

Per tessuti, pellami, altri materiali fermi in magazzino e spesso difficilmente commerciabili si apre, mai come in passato, una nuova occasione di rinascita. Stanno attirando un crescente numero di brand indipendenti che li rilanciano in mille modi, portandoli in passerella. I deadstock saranno più di un trend transitorio?

di Massimiliano Viti

 

Vuoi per questioni di bilancio e per alleggerire il valore delle giacenze, per una spiccata sensibilità verso la sostenibilità. O vuoi soltanto per rispettare le nuove normative europee che proibiscono la distruzione dell’invenduto. A tutto aggiungi un pizzico di marketing (che valorizza ogni progetto) ed ecco che le rimanenze di magazzino diventano protagoniste delle passerelle. I deadstock conquistano stilisti e passerelle. Sempre di più. Tessuti, pellami e altri materiali non utilizzati (letteralmente “scorta morta” o “merce morta”) fermi in magazzino e spesso difficilmente commerciabili, che stanno attirando un crescente numero di brand indipendenti. Perché?

I deadstock conquistano stilisti e passerelle

Tra chi si è lanciato sui deadstock ci sono stilisti famosi, giovani designer emergenti, marchi e startup. Con l’aumento della domanda anche l’offerta è cresciuta, prima di tutto da parte di grandi gruppi del lusso ma anche realtà minori. Così, i deadstock stanno diventando una fonte di approvvigionamento alternativa per le materie prime e, al contempo, un ottimo modo per ridurre gli sprechi e adottare un modello fashion più circolare. L’esempio più recente è quello di Kris Van Assche, il designer belga che ha deciso di rilanciare il suo marchio omonimo a settembre 2026, dopo ben 11 anni di chiusura. La sua nuova collezione è realizzata esclusivamente utilizzando materiali deadstock, una scelta che comporta quantità più limitate, ma conferisce ai capi un’aura di rarità. A WWD, Van Assche ha spiegato di non aver avuto difficoltà a trovare materie prime dormienti e pregiate. “Il vantaggio è che posso acquistare esattamente la quantità di cui ho bisogno. Non creo nuove giacenze di tessuto, il che, naturalmente, è molto positivo per la struttura della mia attività. Inoltre, ho accesso immediato ai materiali, non devo attendere”, ha spiegato lo stilista.

Una delle prime

La designer uruguaiana Gabriela Hearst è stata una delle prime ad adottare e promuovere l’utilizzo dei materiali di scarto. Per la sua collezione Primavera/Estate 2026 ha dichiarato che il 90% dei materiali utilizzati proveniva dalle proprie rimanenze di magazzino. “L’obiettivo era dimostrare ai grandi marchi che questo è possibile”, ha affermato la stilista in occasione del quinto Eco-Conscious Living Summit, svoltosi nell’aprile 2026 a New York.

Denim, Valut, Vintage

Anche la designer Marine Serre lavora spessa con tessuti upcycled, deadstock e riciclati, così come Kevin Germanier. Nella sua collezione Haute Couture Primavera 2026, presentata nel maggio scorso al Global Fashion Summit di Copenaghen, lo stilista svizzero ha presentato un completo in denim scuro decorato con applicazioni realizzate con lattine di Coca-Cola tagliate a fette. Mentre il denim è arrivato dalle rimanenze di magazzino di LVMH, attraverso la sua controllata Nona Source. Per restare nell’ambito del lusso, va ricordata l’iniziativa Gucci Continuum, nata all’interno dello spazio concettuale Gucci Vault. Lanciata nel 2023, la sua prima collezione, disegnata da 11 creativi, è stata realizzata con tessuti Gucci di rimanenza e pezzi del passato. Sempre nel 2023, Dr Martens ha lanciato la linea Made in England Deadstock, una collezione di scarpe realizzate con le rimanenze di magazzino. Attualmente, nel sito web ufficiale, non ci sono più prodotti disponibili.

La visione degli emergenti

Al pari dei grandi marchi, c’è una schiera di giovani stilisti emergenti i cui marchi sono nati con la filosofia deadstock. Tra questi, Florania. A Mediaset, la founder e direttrice creativa del brand, Flora Rabitti, racconta il processo creativo. “Prima si recuperano materiali e filati deadstock provenienti dal circuito del lusso. Poi, a partire da ciò che esiste, prende forma la collezione”. L’inverso di come si fa abitualmente. Nella sua collezione Primavera/Estate 2027, chiamata Surfacing, la pelle deadstock viene aerografata, corrosa, aperta e ricomposta.

Una questione di piattaforme

Per seguire la tendenza deadstock, il più grande gruppo di lusso al mondo ha lanciato Nona Source, piattaforma di rivendita online per il recupero di materiali (prevalentemente tessuti e pelli) provenienti dai magazzini dei vari marchi che possiede. Era il 2021, ma già tre anni prima era stata lanciata Adapta, azienda francese specializzata nella rivendita di pellami provenienti dagli stock di griffe e concerie. Nel 2023, Adapta si è evoluta lanciando il marchio circolare Itera, che realizza prodotti con pellami francesi dormienti. Negli anni successivi sono nate altre piattaforme che assolvono la medesima funzione di Adapta e Nona Source. Per esempio, Nevold, società indipendente creata da Chanel nel 2025 (il cui nome è una fusione di “never old”, mai vecchio) focalizzata sulla moda circolare e sul riciclo di materiali di lusso.

Un caso italiano

Tra le varie iniziative attive c’è Zerow di Scandicci (Firenze). Il suo co-fondatore e CEO Gabriele Rorandelli spiega a Nss Magazine come “il deadstock permetta di realizzare piccole collezioni con materiali di qualità a costi più accessibili. I piccoli marchi hanno velocità e tracciabilità” citando l’esempio dei brand tedeschi Haderlump, SF10G e Nowrubi, che lavorano con materiali di recupero. Riguardo la nuova normativa europea sull’impossibilità di distruggere l’invenduto, Rorandelli commenta: “Le aziende più grandi sentono più pressione. I miei clienti, invece, sono molto contenti. Oggi hanno un supporto molto maggiore per trovare il materiale che cercano”. Non a caso anche Vas Assche ha detto di non aver avuto problemi a reperire materiali deadstock. Sarà così anche se ci dovesse essere in futuro un nuovo boom dei volumi produttivi del lusso come avvenne nel biennio post pandemia?

Foto dal sito di Kris Van Assche, Germanier e Florania

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